Suicidio infantile

Suicidio infantile: il caso di Samantha Kubersky - La Mente è Meravigliosa

Autore: Barbara Bononi, Psicologa Forense, specialista in criminologia

C’è una notizia che ha il potere di angosciare tutte le famiglie in cui ci siano dei bambini o dei ragazzini. Una notizia che ci fa venir voglia di dimenticarla subito perché ci mette di fronte ad un mostro. Pensiamo, nella nostra logica, che se non ne parliamo non esista.

Parlo del suicidio infantile, una realtà conosciuta ai professionisti del settore, ma shockante per le famiglie.

Il caso particolare riguarda il bambino di Napoli. Si aprono due scenari: Il primo ci dice che purtroppo i bambini, per diversi motivi, possono scegliere di togliersi la vita. Incomprensioni in famiglia, difficoltà a scuola, vittime di abusi, frustrazioni, stati depressivi, etc. Il secondo ci dice che esistono degli ambienti virtuali capaci di manipolare la volontà dei ragazzi fino a portarli al gesto estremo.

Prima di continuare vorrei esprimere tutto il mio cordoglio alla famiglia di Napoli che ha tragicamente perso il loro figlio.

Voglio precisare che questa riflessione non deve essere usata come un giudizio o una strumentalizzazione, è un discorso per massimi sistemi in cui tutti potremmo essere carnefici e vittime.

Era la primavera del 2017, la scuola stava per finire e un’allarme sociale scoppiava al pari di una bomba a mano al mercato. Sto parlando del, purtroppo, famoso fenomeno della “Bluewhale”, la challenge (sfida) in rete che pare portasse al suicidio. Il caso, in sé e per sé, è sempre stato molto ambiguo. Ricordo l’attenzione degli Insegnanti, il loro nell’apprendere di un mondo di cui non avevano nemmeno il sentore della possibile esistenza.Ricordo gli incontri con i genitori, con gli educatori, con i ragazzi assieme alle Forze dell’Ordine. Ricordo le spiegazioni sull’uso del Parental  Control. Sono passati 3 anni, ci sono state altre innumerevoli sfide, o challenge, a cui nostri i figli, i nostri nipoti, hanno partecipato e di cui i “grandi” non sanno nulla.

NULLA!

Adesso arriva Jonathan Galindo e si susseguono appelli alla paura senza una vera finalità. Il fenomeno Galindo è ampiamente conosciuto da almeno 7/8 mesi, il che non significa che sia attivo da 7/8 mesi, significa che è diventato diffuso in questo arco di tempo.

In Italia l’allarme si attiva a fine luglio 2020. C’è da precisare che l’estate prima era MoMo a tenere banco. Jonathan Galindo si presenta con le sembianze di Pippo deformato, ha quell’aspetto inquietante che, nell’averci a che fare, corrisponde ad accettare la sfida di averci a che fare.Il contatto avviene tramite Whatsapp, Instagram, TikTok (i social più famosi e più usati). Ma potrebbero essere Quora, Ask.fm, Renren, Twoo, fino ad arrivare all’hosting Bitchute che aggira lo stesso YouTube.

Che cosa vuole Galindo? Principalmente chiede di mettere in atto delle sfide e di dimostrare che sono avvenute. L’ipotesi che ci sia lui, o lei, ad aver indotto il piccolo a lanciarsi nel vuoto è forte.

Tuttavia è importante non ripetere l’allarmismo scomposto del 2017 che ha generato più confusione che altro, alimentando, paradossalmente, la ricerca attiva da parte degli adolescenti per vedere quanto sarebbero stati bravi nel resistere alle sfide.

Credo che si debba lasciar lavorare gli Inquirenti in modo adeguato per accertare la responsabilità del gesto, credo si debbano evitare i fattoidi e limitarsi ai fatti.

Il problema è reale e concreto, ma ricordo che esistono strumenti importanti per contenere il rischio.

Il primo è il dialogo con i ragazzi. Sono persone, hanno sentimenti complessi come gli adulti, i loro problemi possono sembrare stupidaggini ma per loro sono problemi e non vanno sottovalutati o denigrati.

Il secondo è l’uso del parental control che consente di bloccare l’accesso a determinati siti, di ricevere segnalazioni su contenuti sconvenienti (in base all’età) che arrivano sullo smartphone del Minore.

Ricordo, anche se non sono una giurista, la sentenza con cui il Tribunale di Parma definisce che entrambi i genitori sono chiamati a controllare l’attività telematica dei figli (sentenza n. 698/2020).

Serve una presa di consapevolezza del ruolo educativo.

Il consiglio è sempre quello di screenshottare quanto ricevuto, bloccare il contatto, e segnalare alle Forze dell’Ordine.

2 pensieri riguardo “Suicidio infantile

  1. Mi dicono che i figli vittime di alienazione parentale hanno un rischio suicidiario DOPPIO rispetto alla media.
    Vi risulta?
    Detto ciò e considerando la diffusione del fenomeno dell’alienazione, direi che è una catastrofe.
    Gli “altri”, i ragazzi che si liberano dell’alienazione non stanno meglio: per esperianza diretta sono depressi o violenti, psico e sociopatici.

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    1. Il concetto di “Alienazione Parentale” é un concetto che è stato snaturato e storpiato.
      Innanzi tutto non è una patologia: non ci si ammala e non si guarisce.
      L’alienazione parentale è un modello di relazione presente all’interno di alcune famiglie.
      È uno sbilanciamento di rapporto in cui uno dei due genitori tratta in modo subalterno l’altro, lo denigra, sia nei modelli personali: critica la persona da un punto di vista fisico o mentale; sia nei modelli lavorativi: critica il lavoro se ritenuto umile, critica lo stipendio ritenuto inadeguato. Gli toglie autorevolezza agli occhi dei figli, spesso con la complicità della propria famiglia di origine.
      Si viene a costruire un modello di inadeguatezza in cui uno dei due diventa aggressivo e l’altro passivo.
      In questo clima i bambini imparano questo tipo di relazione con uno o l’altro genitore.
      Alcuni bambini prendono le parti del genitore ritenuto debole o passivo; altri bambini si alleano con il genitore prevaricatore.
      Se poi la famiglia decide di separarsi, il castello di carte, che ha una connotazione privata, si sgretola e si assiste al rifiuto di uno o dell’altro genitore sulla base di come si sono costruiti i legami.

      I ragazzi che vivono questo clima soffrono, come è normale che sia, alcuni possono attivare meccanismi oppositivi, altri sviluppare una personalità dai tratti inadeguati.
      Questo ha probabilità di verificarsi sia se la famiglia si divide, sia se rimane assieme (nel caso di modelli familiari inadeguati). Ma le cose possono avere una certa quantità di rischio anche per motivi esterni all’ambiente familiare.

      Attribuire il suicidio infantile o le devianze citate, così come è stato riportato, non è corretto.
      Inoltre, rispetto al tema centrale di quanto pubblicato, si va fuori tema.
      Giustissimo prendere in considerazione tutti gli elementi critici che riguardano una crescita difficile, ma bisogna ricordarsi che l’adolescenza è di per sé un elemento critico.
      Drssa Barbara Bononi autore dell’articolo

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